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HCV in soggetti che si iniettano droghe, la strategia da adottare viene da un progetto dell'area di Salerno

Le persone che usano droghe iniettive (PWID) hanno un'alta prevalenza di HCV, sono un vero e proprio serbatoio di infezione e per tale motivo sono una popolazione target per l'eliminazione dell'HCV. In tutto il mondo scarseggiano programmi sistematici di screening e trattamento anche se in Italia qualcosa si sta muovendo come mostra uno studio pubblicato su Liver International in cui vengono riportati i risultati di un programma che ha coinvolto una rete di Centri di tossicodipendenze dell'Italia meridionale.

Le persone che usano droghe iniettive (PWID) hanno un'alta prevalenza di HCV, sono un vero e proprio serbatoio di infezione e per tale motivo sono una popolazione target per l'eliminazione dell'HCV. In tutto il mondo scarseggiano programmi sistematici di screening e trattamento anche se in Italia qualcosa si sta muovendo come mostra uno studio pubblicato su Liver International in cui vengono riportati i risultati di un programma che ha coinvolto una rete di Centri di tossicodipendenze dell'Italia meridionale.

Il trattamento dell'HCV attraverso gli antivirali ad azione diretta (DAA) elimina l'infezione in quasi tutti i pazienti indipendentemente dal genotipo virale. Un altro vantaggio dei DAA è che il trattamento è breve e in alcuni casi dura solo 8 settimane grazie alla combinazione pangenotipica di glecaprevir/pibrentasvir.

I paesi più sviluppati e alcuni paesi in via di sviluppo offrono accesso al trattamento con DAA a tutti i soggetti con infezione da HCV indipendentemente dalla gravità della malattia epatica determinando così un accesso a tale trattamento pari e circa 1,5 milioni di pazienti HCV positivi nel 2016.

In Italia quasi 175.000 pazienti hanno ricevuto una terapia DAA con un tasso di successo del 98%. La sfida, come stabilito dall'OMS nel 2016, è ora quella di eliminare l'infezione da HCV e bloccarne la diffusione in tutto il mondo entro il 2030.

Per raggiungere questo obiettivo (l’Italia è tra i 12 paesi che potrebbero raggiungere questo traguardo), i nuovi casi di infezione e decessi correlati all'HCV dovrebbe essere ridotti dell'80% e del 60%, rispettivamente e a tal fine l’EASL (European Association for the Study of Liver) ha proposto la microeliminazione come via da seguire. 

Il primo step è quello di identificare i pazienti con HCV tra cui le persone che fanno uso di droghe iniettive (PWID); queste ultime di fatto rappresentano un serbatoio attivo di infezione da HCV; anche se in Italia la prevalenza è sconosciuta a causa della mancanza di screening sistematico. 

La prossima sfida è proprio quella di fornire il linkage-to-care per questi pazienti. 

In questo scenario, è stato condotto un programma di screening (attraverso test salivare orale) nei PWID presso sette Centri per le dipendenze nell'Italia meridionale precisamente nella provincia di Salerno, nonché un programma semplificato di linkage to care che prevede una diagnosi rapida e un altrettanto tempestivo trattamento. 

I pazienti sono stati valutati quantificando gli anticorpi anti-HCV (dal 1 ° aprile al 30 settembre 2018). 

Soggetti HCV-Ab-positivi sono stati sottoposti a genotipizzazione dell’HCV mediante PCR. Tutti i soggetti positivi all'HCV dell’RNA sono stati valutati per la fibrosi epatica utilizzando elastografia transitoria, prima del trattamento. 

Sono stati anche eseguiti test completi di funzionalità epatica.

Il programma ha incluso 593 soggetti: 250 (41,8%) erano HCV-Ab-positivi. 143 (24,1%) erano a conoscenza della loro infezione ed erano stati sottoposti a test HCV-RNA: di questi 83 erano positivi e 60 negativi. 

I rimanenti 107 soggetti (18,1%) non erano mai stati precedentemente valutati e non erano a conoscenza della loro infezione. 

All'elastografia transitoria, il 75% dei pazienti presentava una lieve o nessuna fibrosi (F0-F2) mentre gli altri presentavano fibrosi o cirrosi significativa (F3-F4: 25%). 

La distribuzione genotipica nei soggetti HCV-RNA-positivi ha evidenziato che i genotipi HCV più frequenti erano 1a e 3a, che rappresentavano il 78,1% delle infezioni attive (36,2% e 41,9% rispettivamente).

Immediatamente dopo lo screening dell'HCV-RNA, a tutti i 160 pazienti positivi per HCV-RNA è stato offerto il trattamento antivirale short con DAA (glecaprevir/pibrentasvir) che è stata eseguito nell’immediato. 
Dei 139 soggetti.che hanno raggiunto la dodicesima settimana post-trattamento, 137 erano HCV-RNA-negativi, che corrisponde a un tasso di SVR del 98,5% (2 pazienti hanno volontariamente interrotto la terapia dopo 1 e 3 settimane rispettivamente). 

Ad oggi non sono stati segnalati eventi avversi o reinfezioni in questi pazienti. I restanti 21 soggetti sono attualmente in trattamento o in attesa della visita di screening dell’SVR. 

Dieci pazienti HCV-Ab-positivi sono stati persi al follow-up e 12 hanno rifiutato il test dell'HCV-RNA. In pratica, 22 dei 250 pazienti HCV-Ab-positivi (8,8%) hanno lasciato il programma, rimanendo quindi un possibile serbatoio di infezione da HCV.

In conclusione, la prevalenza della positività agli anticorpi anti-HCV era alta nei pazienti PWID arruolati in questo studio e quasi la metà dei pazienti non era consapevole di essere HCV-positiva. Il linkage-to-care fornito si è mostrato sicuro ed efficace.

Considerando questi risultati, la strategia che gli autori propongono è di considerrare una diagnosi rapida, un trattamento più breve possibile come prima scelta (cioè glecaprevr / pibrentasvir per 8 settimane) e un buon coordinamento tra i Centri per la tossicodipendenza e l'Unità epatica che in questo caso si è dimostrato efficace. Infatti, quasi tutte le infezioni da HCV sono state identificate e prontamente trattate con una compliance molto buona.

Fonte: pharmastar.it

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