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Non solo Covid: Così la pandemia ha rallentato i trattamenti dei pazienti affetti dal virus dell’epatite C

Il 2021 deve essere l’anno della lotta al sommerso, per rintracciare le persone che non sanno di essere infette. La grande sfida in termini di politica sanitaria è raggiungere i gruppi di popolazione più a rischio e i consumatori di sostanze stupefacenti che appartengono a questa categoria

La pandemia ha rallentato i trattamenti dei pazienti affetti da Epatite C, tanto quanto quelli oncologici. Ma adesso più che mai è necessaria una ripartenza immediata, soprattutto per non perdere di vista l’obiettivo dell’eliminazione del virus dal nostro Paese entro il 2030, come proposto dall’Organizzazione mondiale della sanità.

Il reinserimento della tematica nell’agenda politica, monopolizzata dall’epidemia da Covid-19, è dunque una priorità non più rinviabile. Bisogna recuperare il tempo perduto: il 2021 deve essere l’anno della lotta al sommerso, per rintracciare le persone affette da Epatite C che non sanno di esserlo.
Dunque, la grande sfida in termini di politica sanitaria è raggiungere i gruppi di popolazione più a rischio nonché i consumatori di sostanze stupefacenti che appartengono a questa categoria. Infatti, secondo alcuni studi condotti anche da FederSerD, si stima che, tra coloro che si iniettano droghe per via endovenosa (i cosiddetti pwid – people who inject drugs), il 30/60% possa aver contratto l’Hcv: questo gruppo di popolazione rappresenta il maggior serbatoio di diffusione del virus, considerando anche che ogni consumatore iniettivo può infettare almeno 20 persone nell’arco di tre anni dal contagio. Per raggiungere questo target di popolazione, però, bisogna superare importanti barriere, alcune correlate al paziente (condizione psicologica e sociale, discontinuità nel percorso terapeutico), altre legate al sistema stesso, tra cui l’assenza di un modello di presa in carico integrato. Per questi gruppi è infatti necessario che i SerD offrano dei modelli di presa in carico semplificata, che rappresentino dei veri e propri “point of care” basati sul concetto di test & treat, quindi un luogo unico dove poter effettuare sia gli screening sia la somministrazione della terapia.

Un percorso complesso e impegnativo che il nostro sistema sanitario a livello regionale è pienamente in grado di affrontare. Ma anche le strutture, come i SerD, potrebbero avviare la campagna di screening da qui a poche settimane: non mancano le professionalità e non manca nemmeno la voglia di fare. Il problema è unico: decidere di partire! L’organizzazione stessa messa in campo per la somministrazione del vaccino contro il Covid può prestarsi all’esecuzione contestuale dei test di screening Hcv verso le fasce di popolazione individuate dalla legge.

Il problema è che dall’approvazione della norma, che istituisce un programma di screening gratuito destinandovi un fondo di circa 70milioni di euro, all’elaborazione del decreto attuativo che ne disciplina le modalità, è passato un anno. Uno spreco di tempo non giustificato se si pensa che la durata della sperimentazione degli screening è di soli due anni, e un anno lo abbiamo già perso interamente. Ci resta quindi poco tempo per avviare la macchina e sarebbe quanto mai opportuna una proroga per garantire la piena efficacia dalla campagna, questione non a caso sollevata dalla Conferenza delle Regioni, ma al momento disattesa.

Al ministro della Salute Roberto Speranza mi permetto di rivolgere un appello: prenda in considerazione questa questione, dando il giusto valore alla campagna di screening che, se condotta bene, potrebbe liberare definitivamente il nostro paese dell’Epatite C. Un’azione di enorme valore sociale, che consegnerebbe all’Italia un importante primato in ambito internazionale.

Solo in questo modo si eviteranno situazioni a macchia di leopardo, perché il virus non conosce confini geografici e non possiamo permetterci di generare ulteriori diseguaglianze a danno di chi già vive una situazione di grave e profondo disagio. L’obiettivo è quindi fare dei SerD il perno su cui ruota l’intero percorso diagnostico e terapeutico. Questo segnerà lo spartiacque verso un nuovo ruolo di sanità pubblica dei servizi per le dipendenze e verso l’eradicazione dell’Hcv, così come fatto in passato nella lotta all’Aids. I SerD sono una risorsa del nostro Servizio sanitario nazionale che può e deve essere valorizzata.


*Felice Nava è Direttore del Comitato scientifico nazionale di FeDerSerD (Federazione italiana degli operatori dei dipartimenti e dei servizi delle dipendenze)

Fonte: Linkiesta.it

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